"L'albero di Antonia" (1995) - Film premiato con l'Oscar

 

Willeke van Ammelrooy ne "L'albero di Antonia"


"L'albero di Antonia", scritto e diretto dalla regista olandese Marleen Gorris, ha vinto l'Oscar come miglior film straniero nel 1996.


In un villaggio di campagna, una donna, Antonia (Willeke van Ammelrooy), sente che è arrivata, per lei, la morte. Inizia così un lungo racconto della sua vita: da quando, adulta, torna con la figlia, nel piccolo paese in cui è nata. Un ritorno in un posto primitivo dove gli uomini, perlopiù, sono violenti e guidati da istinti primordiali: si definiscono stalloni, pronti a ingravidare. Alcuni di essi violentano e picchiano. In questo bestiario c'è però qualcuno che si salva ed è un certo Dito storto (così lo chiamano), un uomo solo, che non esce mai di casa, un'anima pura, che vive in una dimensione irreale, sommerso da libri di filosofia: pessimista, pensa che non valga la pena, data la sofferenza, venire al mondo. L'anziana madre di Antonia la si vede nei primi minuti e sembrano scene horror: la vegliarda è simile a una strega mentre, sdraiata sul letto di morte, tra ragnatele e statue di santi, s'appresta a chiudere gli occhi per sempre, non prima d'aver urlato, in preda a una crisi isterica, parole di livore. La figlia di Antonia si chiama Danielle (Els Dottermans) fa la pittrice ed è una giovane libera; vuole un figlio ma non le interessa il matrimonio né trovarsi un marito e allora si mette alla ricerca di un giovane solo per far sesso e procreare. Nasce una bambina che ben presto si rivela un genio (abilissima in musica e matematica) e Danielle intreccia una relazione amorosa con Lara, l'insegnante della figlia. Antonia lavora i campi, è proprietaria di una fattoria e con lei vivono non solo la figlia, la nipote e Lara, ma anche tutta una serie di persone (un'enorme famiglia allargata) che Antonia ha preso sotto l'ala protettiva; per loro è un punto di riferimento, una genitrice magnanima che combatte le ingiustizie con unghie e denti. Anche Antonia in un certo senso viene salvata da uno dei pochi signori gentili del villaggio al quale si concede (nel corpo) ma che non sposerà mai. Il linguaggio che Marleen Gorris sceglie per questo film è schietto; senza peli sulla lingua. La storia alterna realismo e fiaba. Alla fiaba appartengono, per esempio, immagini di defunti che si materializzano e seguono dal loro mondo impalpabile la vita terrena dei loro cari. Perché, come è scritto prima dei titoli di coda: nell'attimo in cui tutto finisce, niente finisce. 

©micolgraziano

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