"La vie en rose" di Olivier Dahan - L'Oscar di Marion Cotillard

 

"La vie en rose"


Non, je ne regrette rien
Ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal 
Tout ça m'est bien égal


“La vie en rose” di Olivier Dahan, regista e sceneggiatore francese, in passato conosciuto anche per aver girato videoclip di Zucchero e dei Cranberries. 

"La vie en rose" è un film biografico (oggi si chiamano, con una parola chic: biopic), un film biografico che ha il piglio d’un libro classico, popolare e romantico, uno di quei volumi di ottima fattura (che fanno venir l’acquolina in bocca ai bibliofili accaniti) che si leggono con le lacrime agli occhi, una tazza di tè accanto; sistemati su una comoda poltrona, davanti a un camino acceso. 

Dahan ci regala atmosfere alla Charles Dickens, scrive una sceneggiatura romanzata e confeziona un prodotto di qualità, raffinato, rivolto a un pubblico vasto. 

"La vie en rose" ha avuto parecchio successo sia di critica che di pubblico, ha vinto l'Oscar per miglior trucco e la fantastica protagonista Marion Cotillard ha ricevuto l'Oscar per la sua interpretazione, una performance mozzafiato (in alcuni momenti è irriconoscibile, completamente trasformata) che l'ha resa una delle migliori attrici drammatiche della sua generazione (lei è del 1975). 

Al centro, ovviamente, la vita della cantante francese Édith Piaf, voce da usignolo, che resta nel cuore; dono naturale. Una vita intensa, eppur tragica e breve (non è arrivata neppure a 50 anni). Lei che ha patito (nel corpo e nello spirito) ma che non rimpiangeva niente, come cantava in una delle sue canzoni più famose e potenti: "Non, je ne regrette rien".

"La vie en rose"
Un’infanzia tormentata: la piccola Piaf cresce prima del tempo. Ne è in qualche modo obbligata. La vediamo mentre osserva assorta una bambola; i giocattoli, simbolo d'innocenza, svago, di una fanciullezza che però lei non ha mai conosciuto appièno, ingoiata da una realtà feroce, di povertà e abbandoni. Trascurata dai genitori, una madre vagabonda con ambizioni di cantante, un padre circense, contorsionista, in giro qui e là; la piccola Édith cresce in una "casa del sesso", un postribolo gestito dalla nonna. 

La vie en rose
Le ragazze si prendono cura di lei, la portano anche in pellegrinaggio a Lisieux sulla tomba di Santa Teresa del Bambino Gesù dalla quale avrà un miracolo: la santa la guarirà da una malattia agli occhi. Ecco perché la Piaf sarà sempre molto devota, non solo a Teresa di Lisieux; avrà tanta fede e in una scena si rifiuta di salire sul palcoscenico perché non trova la sua croce d'oro.

Quanto agli abbandoni, uno su tutti: la perdita dell'amato Marcel, il pugile che incontra in una New York più lucente che mai. Il racconto dell'innamoramento è efficace e brioso (lui la porta in un bar a mangiare un panino di carne, ma lei si ribella e lo trascina in un ristorante con tutti i crismi)

Il drammatico momento della morte di Marcel, vittima di un incidente aereo, è ben girato e lascia il segno. Infine, la narrazione: si avvolge in una sorta di circolarità, con associazioni di idee che rendono il tutto favolistico e onirico, si procede per associazione di idee. Il cast, poi: grandioso, dal primo all'ultimo. Nei panni dell'impresario e scopritore della Piaf c'è un ottimo Gérard Depardieu. 

©micolgraziano

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