"Bronson" (2008) di Nicolas Winding Refn - Magnifico Tom Hardy

Tom Hardy in "Bronson"

Woody Allen nella sua autobiografia, "A proposito di niente", confessa di non aver mai visto "È arrivata la felicità" e "Mr. Smith va a Washington". Capita a tutti, quindi, di perdersi film. Io, solo di recente, per esempio, ho visto "Bronson" (felice scoperta) che ho comprato per puro caso, mentre curiosavo in libreria. Protagonista è un Tom Hardy ("Warrior", "Locke", "Mad Max: Fury Road", "Venom") in stato di grazia diretto da Nicolas Winding Refn, regista danese tra i più interessanti della sua generazione (la filmografia comprende la trilogia di “Pusher” e “Drive” con Ryan Gosling). “Bronson” (applaudito anche da Alejandro Jodorowsky, cineasta e artista poliedrico) è davvero una ventata d’aria fresca. C'è chi lo ha paragonato ad un'Arancia Meccanica degli anni Duemila. Ma la storia, in questo caso, si basa su fatti reali: riguarda la vita di Michael Peterson, conosciuto col nomignolo di Bronson (soprannome che fa riferimento a Charles Bronson, uno dei più grandi interpreti del cinema americano, un titolo su tutti: “Il giustiziere della notte”) e di Salvador (come il pittore Dalì). Peterson è il detenuto più conosciuto del Regno Unito, ha trascorso gran parte della sua vita in cella d'isolamento. Temuto, noto per le violenti risse da lui scatenate in prigione, per un periodo è stato anche mandato in un ospedale psichiatrico. Muscoloso, capace di lottare in modo feroce, e di tenere il ritmo di duemilacinquecento flessioni al giorno. Il film colpisce per il tono surreale, l’eleganza formale, la splendida fotografia firmata Larry Smith, che ha lavorato con Stanley Kubrick in “Eyes Wide Shut”. Ogni scena è un dipinto. Tra le più potenti quelle in cui Peterson, vestito di nero e col volto truccato di bianco, si racconta in teatro, davanti a una gremita platea. Si alternano momenti quasi fiabeschi ad altri di crudo realismo in cui Peterson/Hardy, picchia duro, completamente nudo. Hardy è un attore generoso che non si risparmia. Ed è anche il motivo per cui "Bronson" è un film irrinunciabile. 

©micolgraziano

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