"Nomadland" (2020) di Chloé Zhao

 

Frances McDorman in "Nomadland"


"NOMADLAND", CRUDO E MINIMALE 


"Ci vediamo 
lungo la strada"

Fern (Frances McDormand), sessant’anni o giù di lì, deve ricostruire tutto, pezzo per pezzo. Il marito è morto. Un lavoro non ce l’ha. Casa neppure. Empire (il posto in cui viveva) è una città fantasma. Così, un giorno d’inverno, Fern fa i bagagli e se ne va. Si porta dietro qualche piatto e poco altro. Vive in un furgone (che lei ha battezzato Avanguardia) girando qui e lì: Nevada, California, Arizona, South Dakota, Nebraska. Fern è una delle tante nomadi d'America. Storie come questa si trovano nel libro inchiesta (da cui è tratto il film) scritto dalla giornalista Jessica Bruder. Pagine che raccontano di chi non ha soldi, non può pagare il mutuo della casa e decide di abitare in un camper, una roulotte, un furgone, abbracciando uno stile di vita volto all'essenziale. I nomadi d'America s'incontrano, si aggregano, si aiutano, scambiandosi pensieri, filosofie, consigli di sopravvivenza o oggetti: accendini, pietre portafortuna, apriscatole. Fern, come gli altri suoi compagni di viaggio, passa da un lavoro all’altro, piccoli impieghi stagionali nei campeggi, nelle cucine dei fastfood, nei magazzini Amazon per il periodo di Natale. “Nomadland”, diretto da Chloé Zhao (premiata con l'Oscar), è un film minimale, molto vicino al documentario. Ed è la semplicità la sua forza. Ci sentiamo vicini a Fern che soffre per aver perso tutto e cerca conforto nei colori del tramonto, nella vastità delle montagne, nel silenzio del deserto, negli alberi, nell'acqua di fiume dove talvolta s'immerge. Alcuni suoi amici, conosciuti lungo il cammino, a un certo punto, abbandonano quello stile di vita. Come Dave (David Strathairn) che si traferisce dal figlio, in una grande fattoria. Fern respinge le offerte di chi le offre un tetto. Dice no anche a sua sorella che sarebbe disposta ad accoglierla nella sua bella ricca casa. Eppure, malgrado la tenacia con cui difende certe scelte, Fern non sembra felice. È attraversata da qualcosa d'inafferrabile, da una malinconia che le segna il volto mentre percorre le strade deserte d'America. Frances McDormand è bravissima, naturale e credibile, e grazie a questo ruolo ha vinto il suo terzo Oscar nella categoria "protagonista", prima di lei ci era riuscita solo Katharine HepburnSplendida la colonna sonora di Ludovico Einaudi ed emozionante il brano dei titoli di coda: "Drifting away I go" di Cat Clifford. 

©micolgraziano

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