"Un divano a Tunisi", recensione del film di Manele Labidi

Un divano a Tunisi


Ricca di battute gustose questa commedia firmata Manele Labidi, regista franco-tunisina: "Un divano a Tunisi" è il suo primo lungometraggio, selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori, ha vinto il Premio del pubblico. Vi dico: cari lettori, non perdetelo, perché vi regalerà momenti di sana spensieratezza. E se conoscete un poco il mondo della psicanalisi, vi divertirete ancora di più. Sì, perché il divano del titolo è quello dove si siedono i pazienti della psicanalista Selma, francese di origini arabe, che torna a Tunisi, dall'Europa, per aprire uno studio. 

Ma le cose si mettono subito male: criticata dai parenti, nessuno in città capisce il senso (soprattutto l'utilità) del suo lavoro e, tra le sabbie mobili della burocrazia, e pregiudizi duri a morire, la strada di questa giovane laureata (che sogna di cambiare la società) sarà tutta in salita. A peggiorare la situazione il fatto che lei sia nubile, determinata, indipendente, e senza un uomo: tutti se ne meravigliano e le chiedono il perché.

Protagonista è un'attrice carismatica come Golshifteh Farahani, che si divide tra blockbuster ("Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar") e progetti indipendenti ("Paterson") e che qui dà una prova brillante, insieme a un cast notevole, tra cui spicca Hichem Yacoubi. 

"Un divano a Tunisi" è scritto con intelligenza e ironia. Tra le scene migliori: quella tra Selma e l'impiegata di un ufficio pubblico che, nell'orario di lavoro, pulisce la verdura e vende costumi da bagno sottobanco. E quando Salma le chiede informazioni, su pratiche e tempi per licenze e autorizzazioni lei, l'impiegata, risponde che bisogna affidarsi a Dio

L'umorismo dissacrante del film ricorda quello di Checco Zalone, autore apprezzato da un'attrice premio Oscar come Helen Mirren, che adora la Puglia.

©micolgraziano

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