"America Latina", recensione del thriller dei Fratelli D'Innocenzo

 

America latina

“America Latina”, terzo lavoro dei Fratelli D’Innocenzo, da loro scritto e diretto. Un thriller enigmatico che lascia di stucco. Un film cupo, essenziale, scarno. Dialoghi ridotti all’osso. Gli autori definiscono “America Latina” ("Latina" perché appunto in quella zona è stato girato) “una storia d’amore”. Verrebbe da dire: se tutti gli amori fossero spaventosi e tetri come la vicenda che viene raccontata in “America Latina” nessuno si lancerebbe nell'amore

"America Latina", un thriller oscuro che sfiora l'horror

Si tratta di un'opera criptica e ombrosa. Parecchi punti interrogativi. La macchina da presa ci fa quasi entrare nei corpi dei personaggi, del protagonista soprattutto: la sua pelle, i pori, gli occhi, vengono esplorati attraverso primissimi piani che stordiscono. E ancora: inquadrature di taglio. Talvolta poco nitide, a nascondere i dettagli. A muovere i fili della trama è un tale Massimo, di professione dentista (un ottimo Elio Germano, che aveva già lavorato con i D’Innocenzo in “Favolacce”). 

America Latina
Massimo, chi è? Un quarantenne, padre buono, marito premuroso. Persona dalla lacrima facile. Si commuove quando la figlioletta suona il piano. Va in estasi nei momenti d'intimità con la moglie. Attratto e incantato dalla donna che ha scelto. Tanto che quando il suo migliore amico, e compagno di bevute, gli chiede se sia mai andato a letto con altre, lui risponde piccato che no, non lo farebbe mai. È un dentista, dicevamo. E benestante. 

Massimo abita in una villa isolata (un luogo metafisico che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte del mondo). La villa è comunque diversa dai fasti dell’America evocata nel titolo. Non una luminosa dimora californiana con piscina spaziale per feste stratosferiche alla "Hollywood party" o "La la land". A casa di Massimo regna il silenzio. La vita di Massimo potrebbe essere davvero perfetta. Eppure si percepisce qualcosa di stonato. Stridente: gesso sulla lavagna. 

Elio Germano
Un giorno il nostro dentista scende in cantina e lì scopre l’indicibile. La cantina, topos dei racconti del terrore (e qui si sfiora l’horror con una giovane che strilla a più non posso, la faccia insanguinata). Chi è quella ragazzina? E perché si trova lì? Massimo nulla ne sa. E sospetta di tutti. Da quel momento ha inizio la sua discesa agli inferi. Si allontana sempre più dalle figlie, dalla consorte. 

La famiglia di Massimo, ad ogni modo, pare starsene in un iperuranio, un mondo di quiete, irraggiungibile; loro sempre vestite di bianco. C’è in esse un che di candido ma anche, latente, di oscuro. Le loro facce eteree e al contempo ambigue. 

Una delle sequenze migliori è una colazione, tutti insieme appassionatamente, in un’atmosfera onirica in cui le donne divorano a quattro ganasce una crostata fumante. Tutto potrebbe accadere in quegli attimi sospesi in cui la tensione è palpabile.

"America Latina" non è certamente un film che si dimentica; per l'originalità della trama e delle immagini: visivamente potente Massimo immerso nell’acqua come un mostro marino. Due gli aggettivi che meglio definiscono questa pellicola: sibillina e provocatoria. 

©micolgraziano

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